La violenza domestica

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I drammatici fatti di cronaca di violenza sulle donne ci costringono a tornare sul tema della violenza di genere con più determinazione che mai, segno evidente di quanto il lavoro che tutti gli operatori del campo e dei media non è ancora sufficiente a scardinare la cultura della violenza tra le mura di casa.

L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce violenza famigliare ogni volta che la donna subisce violenze fisiche e psicologiche dal marito, dal partner o dai membri della propria famiglia.

Secondo l’OMS la violenza di genere è la più grave forma di violenza diffusa nel mondo e definisce la violenza domestica una serie di comportamenti coercitivi che includono percosse, lesioni, abusi psicologici, sessuali, isolamento sociale, deprivazioni, intimidazioni e uxoricidio.

La caratteristica principale, dunque, è proprio la relazione affettiva e intima che le donne hanno (o hanno avuto) con la persona abusante: mariti, fidanzati, familiari, padri, fratelli, ex compagni. La famiglia diviene così il “luogo” privilegiato in cui si consumano maltrattamenti perpetuati nel tempo e che tuttavia non sempre vengono denunciati a causa della difficoltà sociale ad accettare la crisi dell’istituzione della famiglia.

La donna che subisce violenza in famiglia è spaventata e prova un forte senso di vergogna e di colpa che la portano a sottovalutare la gravità delle lesioni e per paura di nuove violenze spesso protegge il partner evitando di sporgere denuncia. La donna pensa di aver meritato l’abuso poiché si sente incapace e una nullità. Questo senso di impotenza, di autosvalutazione sono anche la conseguenza di anni di minacce e ricatti da parte del partner il quale attraverso il controllo, la gelosia e l’intimidazione costringono la donna all’isolamento sociale e famigliare. La donna maltrattata si convince così di essere sola e di non conoscere nessuno in grado di aiutarla.

Questa chiusura dal mondo avviene gradualmente poiché la violenza domestica non è mai continuativa ma è caratterizzata da momenti di riavvicinamento e riappacificazione, in cui il partner violento sembra amorevole e gentile, a momenti di violenza fisica e psicologica che porta la donna ad essere completamente soggiogata dal partner violento. Questa dinamica confondente rende la relazione imprevedibile e alimenta la speranza di un cambiamento, rimanendo di fatto nella medesima condizione.

Quando la donna inizia a ribellarsi e a prendere consapevolezza della violenza subita, l’uomo spesso la ricatta dicendole che le porterà via i figli. Spesso è proprio a questo punto che la donna trova il coraggio di denunciare le violenze e a iniziare un lavoro psicologico su se stessa con l’aiuto di specialisti che le ridiano la dignità e la forza di affrontare una relazione problematica e patologica.

Le principali forme di abuso in un contesto domestico sono:

l’abuso psicologico ha come obiettivo il controllo e la sottomissione della donna attraverso la gelosia e la possessività, le minacce a sé e ai suoi figli, l’isolamento, le offese e le accuse, gli insulti verbali e le umiliazioni;

l’abuso fisico è la più evidente forma di violenza a causa dei segni che l’uomo lascia sul corpo della donna: schiaffi, pugni, spinte, percosse gravi in qualunque parte del corpo, bruciature, tentati strangolamenti, uso di armi o di oggetti per ferire, omissione di soccorso;

l’abuso sessuale si verifica quando la donna è costretta ad avere rapporti sessuali sotto minaccia di violenza per sé e per i suoi figli (stupro intraconiugale). Questo implica anche aggressione dei genitali con oggetti, armi, percosse provocando disturbi ginecologici, infiammazioni pelviche, malattie sessualmente trasmissibili, complicazioni in gravidanza e disfunzioni sessuali;

l’abuso economico in cui la donna viene privata di ogni risorsa economica e materiale, soldi, abiti, cibo, telefoni, macchina, abitazione, possibilità di lavoro.

Per aiutare una donna vittima di violenza ad uscire dalla dinamica della relazione violenta è necessario rompere il silenzio creando intorno a lei un contesto di ascolto in cui dare un nome alla violenza e il giusto riconoscimento sociale e legale. L’elaborazione dell’esperienza traumatica richiede coraggio e tempo affinché sia possibile riacquistare fiducia in se stessa, il senso di sicurezza e il controllo sulla propria esistenza.

Psicoworking è da sempre dalla parte delle donne ed offre un canale diretto di ascolto attraverso il contatto con diverse figure professionali che possono dare supporto e consulenza, da un punto di vista psicologico oltre che medico e legale (cerca nel nostro staff e tra i nostri coworkers).

di Caterina Taccone psicologa-psicoterapeuta


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