Verso una comunicazione consapevole

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di Alessandra D’Ippolito  Psicologa, Psicoterapeuta

 

Con il termine comunicazione (dal latino cum = con, e munire = legare, costruire) viene indicato principalmente il processo di trasmissione di informazioni,ma il significato semantico della parola attiene anche al “far conoscere“, “render noto“.  E’ difficile darne una definizione univoca, essendo il termine utilizzato in contesti  molto diversi  tra loro, dalla filosofia alla sociologia alla psicologia, alla biologia, alle scienze dell’informazione…

Nella opinione comune la comunicazione spazia dal parlare quotidiano delle persone, al linguaggio della televisione o dei giornali o di internet , a quello formale delle pubbliche relazioni; va dal messaggio delle clip video-musicali e delle più svariate forme di arte a quello espresso nei nuovi canali multimediali (social network, web community ecc). 

Gli agenti della comunicazione possono essere certamente le persone umane, o i loro prodotti e strumenti, ma anche oggetti “inanimati”: pensiamo ad un quadro o ad una opera d’arte….

Per alcuni studiosi, è colui che “riceve” la comunicazione ad assegnare a questa un significato (F. Schulz von Thun, 1997), per cui è nella creatività dell’essere umano, la capacità di assegnare significati ad ogni cosa, dando ad essa vita in un  “sistema comunicazione”. 

E’ pur vero che la comunicazione, in quanto interazione tra soggetti diversi, è una attività che presuppone un certo grado di cooperazione tra le parti.  Ogni processo comunicativo avviene in entrambe le direzioni e, sia chi emette il segnale che chi lo riceve partecipa alla comunicazione, dando ad essa significato ed orientandone il flusso.

Il concetto di feedback, o retroazione, preso in prestito dalla cibernetica, ha infatti un ruolo fondamentale nei processi comunicativi. Possiamo individuare nella qualità della retroazione, e nel modo in cui il feedback viene usato nel processo comunicativo, un segnale per connotare una “buona comunicazione”.


Un modello formale di comunicazione

Si distinguono diversi elementi che concorrono a realizzare un singolo atto comunicativo:

·              emittente: la fonte delle informazioni realizza la codifica di queste ultime in un messaggio

·              ricevente: accoglie il messaggio, lo decodifica, lo interpreta e lo comprende

·              codice: parola parlata o scritta, immagine, tono impiegata per costrure il messaggio

·              canale: il mezzo di propagazione fisica del codice (onde sonore o elettromagnetiche, scrittura, bit elettronici)

·              contesto: l’ambiente significativo all’interno del quale si colloca l’atto comunicativo

·              contenuto: l’oggetto della comunicazione.

Se il processo comunicativo ha una intrinseca natura bidirezionale, entrambi gli individui coinvolti sono a un tempo emittenti e riceventi messaggi. In questa chiave, anche nel monologo, chi parla ottiene dalla controparte un feedback continuo, magari di tipo non verbale.

Questo fenomeno è stato riassunto con l’assioma secondo il quale, in una situazione, in presenza di persone, “non si può non comunicare(P.  Watzlawick, 1967): perfino in una situazione anonima come in un ascensore, noi emettiamo per i nostri vicini continuamente segnali non verbali (senza parole diciamo: “anche se sono a pochi centimetri da te, non ti minaccio e non intendo immischiarmi nella tua sfera intima…”), e i nostri vicini, accolgono il messaggio, lo confermano e lo rinforzano (“ok; lo stesso vale per me nei tuoi confronti”). Questo semplice esempio mette in luce i livelli di complessità del processo comunicativo:

1) Il processo di comunicazione, pur essendo formalmente cosa separata dal mezzo attraverso il quale avviene, ne è fortemente influenzato: se uso un sms, cercherò di limitare il numero di caratteri,  allo stretto necessario; se utilizzo una lettera userò un tono più formale rispetto ad una telefonata… Il mezzo influenza la comunicazione, ciascuno in un modo diverso, e quindi si potranno individuare i mezzi di comunicazione più adatti a trattare un certo argomento.

2) non è detto che i messaggi, verbali e non verbali, emessi in un dato momento siano sempre coerenti tra loro. Possiamo dire due cose diverse con le parole e con i gesti (ad esempio dire al rumoroso vicino di casa “lieto di conoscerti”,  ma con un’espressione del volto piuttosto contrariata…).

3) non è detto che l’interpretazione del contesto, all’interno del quale avviene lo scambio comunicativo sia sempre identica per tutte le parti in causa. Ad una appello di esame, il docente potrà pensare di avere uno stile partecipativo e affabile”, mentre lo studente potrà sentirsi schiacciato da una relazione asimmetrica.

Da quanto appena detto emerge chiaramente che la comunicazione non sempre “funziona” e questo ci viene confermato da infiniti esempi nella nostra esperienza quotidiana (malintesi, fraintendimenti, ritrattazioni, imbarazzi). In particolare se sono in gioco conflitti interpersonali o ancora di più se siamo in presenza di  disagi psichici, la comunicazione diventa particolarmente complessa e stratificata e puó produrre, nei soggetti coinvolti, ulteriori disagio.

Modelli di comunicazione interpersonale

P. Watzlawick (1978) ha studiato a lungo la comunicazione umana, individuando in ogni processo comunicativo tra esseri umani due dimensioni distinte: da un lato il contenuto, ciò che le parole dicono, dall’altro la relazione, ovvero quello che i parlanti lasciano intendere, a livello verbale e più spesso non verbale, sulla qualità della relazione che intercorre tra loro. 

Anche secondo  G. Bateson 1977), “la comunicazione umana riguarda le cose, ma indirettamente rimane sempre discussione sulle relazioni”. Nei suoi lavori sottolinea comenel linguaggio verbale sia possibile mentire sulle relazioni e come questo possa essere, per così dire, “falsificato”; il linguaggio del corpo, il tono della voce, la mimica (linguaggio cinetico) serve invece a  mantenere una certa “onestà” in questo campo…La mente è «il sistema totale che elabora l’informazione e che completa il procedimento per tentativi ed errori» (G.Bateson, 1977 ).

In epoca più recente, lo psicologo di F.Schulz von Thun (1981) ha proposto un modello di comunicazione interpersonale che distingue quattro dimensioni diverse, rappresentate graficamente con il cosiddetto  “quadrato della comunicazione”:

·              contenuto (factual information): di che cosa si tratta? (lato blu del quadrato, superiore)

·              relazione(relationship): come definisce il rapporto con te, cosa pensa di di te, colui che parla? (lato giallo, inferiore)

·              rivelazione di sé (self revelation): ogni volta che qualcuno si esprime rivela, consapevolmente o meno, qualcosa di sé (lato verde, a sinistra)

·              appello (appeal): che effetti vuole ottenere chi parla? Ciò che il parlante chiede, esplicitamente o implicitamente, alla controparte di fare, dire, pensare, sentire (lato rosso, a destra).

Queste quattro dimensioni si possono tener presenti sia nel formulare messaggi che nell’ascolto e nell’interpretazione dei messaggi di altri. In questo senso l’autore fa riferimento a “quattro orecchie” (corrispondenti ai “quattro lati del quadrato della comunicazione”) su cui ci si puó sintonizzare. Ad esempio, per riuscire ad essere irritato, nell’ascoltare la comunicazione X, dovró assegnare ad essa un significato, sintonizzandomi sull’orecchio “giallo”, quello che tende a vedere nella comunicazione degli altri il loro riscontro su di noi , se e quanto questi ci rispettino. Per riuscire a concentrarmi sul contenuto del messaggio che mi stanno inviando, magari per riferirlo ad una terza persona, dovrò ascoltare con l’orecchio “azzurro”, e così via…

Questo modello evidenzia come noi siamo sempre liberi di assegnare a qualsiasi comunicazione un significato oppure un altro, e sottolinea cosí il potere di chi ascolta nel contribuire a definire la qualitá di una interazione.

Con un poco di allenamento è possibile, ad esempio, sintonizzarci sull’orecchio verde, invece che su quello giallo, e chiederci, dentro di noi, di fronte ad una comunicazione che ci pare irritante (e lo fará solo se siamo sintonizzati sull’orecchio giallo!): “come si sente, la persona che parla, per sentire il bisogno di parlarmi in questo modo?”

Senza dubbio , una comunicazione efficace è una occasione di crescita e di consapevolezza di sé:

-è un’occasione di confronto e scambio

-ci permette di scoprire, attraverso  l’altro, aspetti di cui non siamo spesso consapevoli

– ci aiuta ad avere coscienza della nostra responsabilità riguardo il messaggio che trasmettiamo .

Per ascoltare e comprendere un’altra persona, i suoi stati d’animo, quello che vorrebbe dirci e non dirci, ma che inevitabilmente esprime con il suo essere, può essere utile cominciare questa osservazione da noi stessi.

E’ un tipo di esercizio che gli psicologi fanno quando ascoltano la comunicazione di un paziente, ma che può essere interessante imparare e praticare anche per i non addetti ai lavori: ci offre una visione più ampia delle circostanze e delle situazioni e spunti nuovi rispetto a ciò che osserviamo,  che ascoltiamo e che a nostra volta comunichiamo…!

Dott.ssa Alessandra D’Ippolito

Psicologa, Psicoterapeuta

Paul Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson – Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi- Astrolabio Ubaldini – 1978

Bateson, G. Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977

Schulz von Thun F., Miteinander Reden, 1981, Hamburg Trad. italiana: Parlare insieme, Tea, Milano 1997

Il Quadrato della Comunicazione è tratto da Wikipedia (immagine ad uso libero e di pubblico dominio)


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