“Tutto andrebbe bene se non fosse per…..”

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L’utilizzo del sintomo in terapia familiare 

(Dott.ssa Valeria Capogrossi)

Quando la famiglia arriva per la prima volta in terapia porta all’attenzione del terapista uno dei suoi membri (solitamente un bambino o un adolescente) segnalandolo come problematico. In terapia familiare si utilizza il termine sistema per indicare l’intera famiglia, ovvero un’entità che è più della semplice somma matematica di tutti i suoi membri (madre padre e figli). La prima immagine è quindi quella di un sistema/famiglia che si presenta diviso in due parti, con un confine netto tra la parte sana e la parte malata (il membro da curare, ovvero il paziente designato). “Tutto andrebbe bene se non fosse per…..”

Il paziente, allora, non è solo colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, diventa esso stesso identificabile con quel sintomo. Si parla quindi di figlia anoressica, bambino che non parla, adolescente ribelle….Questa configurazione ha la funzione di mantenere in equilibrio, seppur in maniera disfunzionale, l’intero sistema che per una serie di motivazioni sia interne che esterne al sistema stesso, è vissuto dai membri come potenzialmente in pericolo. Il motto sarà “l’unità familiare prima di tutto” E così il mantenimento dello status quo del sistema viene assicurato dalla catalizzazione di tutte le ansie e lo stress di tutti i membri della famiglia verso un unico polo, ovvero verso colui che esibisce il sintomo. Il membro che è stato delegato dalla famiglia a svolgere questa funzione omeostatica rispetto alla famiglia stessa, avrà il “compito” di riportare il sistema allo stato “originario” ogni volta che nuovi pericoli ne minaccino la stabilità.

Secondo questa accezione all’inizio di ogni terapia il sintomo può essere considerato come la chiave di accesso al sistema familiare, ed è in genere, la motivazione stessa alla richiesta di terapia. In tal senso se si considera metaforicamente il sintomo come porta di accesso al sistema possiamo notare come la sua connotazione stessa si modifichi prendendo una valenza positiva, di strumento, di aiuto del terapeuta stesso. Se non fosse stato per quel campanello d’allarme caratterizzato ad esempio da un figlio che va male a scuola, da un bambino che fa pipì a letto, da una ragazza che ha smesso di mangiare etc etc.. la famiglia non sarebbe forse mai arrivata all’attenzione di esperti.

Di fronte a una famiglia la prima domanda da porsi può quindi essere:

                 “Come mai questo paziente ha questa malattia ora?” (Kerr, Bowen, 1990)

Chi manifesta il sintomo?

E’ in particolare “attraverso” i bambini che si esplica il miglior modo per arrivare agli adulti in maniera indiretta e più accettabile. I bambini sono i depositari dei miti familiari, delle modalità di comunicazione, dei non detti…Secondo Maurizio Andolfi (Terapista familiare) i bambini anche nelle situazioni più difficili portano nella terapia una visione di speranza e di cambiamento, sono la parte più malleabile e flessibile del sistema, proprio per questo rappresentano spesso una porta di accesso al sistema stesso. “Whitaker diceva che quando un bambino parla bisogna avere sempre un registratore acceso perchè già dopo 5 minuti non ci si ricorda più delle parole”. (Andolfi, 2007)

Perché ora?

Il momento storico in cui si rende manifesto il sintomo del sistema ha a che vedere con il concetto di ciclo vitale delle famiglia. Questo è suddiviso in fasi che vanno dall’infanzia all’età adulta includendo le tappe principali dell’esistenza come il matrimonio, la nascita del primo figlio, l’emancipazione dei figli dai genitori per arrivare alle sofferenze della vecchiaia stessa. Ogni passaggio da una fase a quella successiva necessita di un riadattamento del sistema familiare attraverso l’uso delle risorse a disposizione. All’interno di questa concezione i sintomi vengono considerati come una deviazione o un’interruzione del normale ciclo vitale divenendo il segnale che una famiglia ha difficoltà a superare un particolare stadio di sviluppo. L’emergere stabile di sintomi o di un generico disagio in una qualsiasi delle fasi segnala l’impossibilità per il sistema di trasformarsi e raggiungere  l’adattamento necessario per la fase successiva.

In questo senso la famiglia è considerata un sistema dinamico in continua evoluzione. (Haley, 1976)

Dott.ssa Valeria Capogrossi

Psicologa- Psicoterapeuta


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