Comunicare…comunicando

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Dott.ssa Valeria Capogrossi   

Psicologa – Psicoterapeuta

Immersi in un mare magnum di messaggi culturali sociali, televisivi …. sentiamo sempre più spesso parlare di Comunicazione come capacità specifica da apprendere e migliorare. Un consiglio, un avvertimento, ma anche un monito che ogni genitore conosce recita: “parlare con i figli è fondamentale”.

Da qui nasce il grande problema della comunicazione, ma parlare con i figli è un problema? È una necessità? È un dovere?

Le domande più frequenti che i genitori pongono agli psicologi possono essere:

* dove abbiamo sbagliato?

* perchè si comporta così?

* è colpa nostra?

* perchè è così svogliato, testardo, irascibile, taciturno?

Specialmente in alcuni momenti di passaggio (l’ingresso a scuola, l’adolescenza..)  la comunicazione fra genitori e figli può diventare difficile, i genitori possono sentirsi insicuri, poco informati, e i figli possono sentirsi incompresi, non ascoltati, e non trovare argomenti da condividere con i genitori. 

Ancorati al “cosa dire” a volte ci si può perdere aspetti fondamentali della comunicazione legati maggiormente al contesto emotivo e di scambio reciproco con i figli. E’ fondamentale in ogni rapporto umano poter inizialmente solo “guardare l’altro”: com’è? Chi è? Quali sono i suoi gusti? In che fase del suo percorso di vita si trova? Cosa attrae il suo interesse in questo momento?

“Guardare” il proprio figlio e l’altro in generale significa imparare ad essere flessibili e poter cambiare il modo di approcciarsi a lui adottato e  risultato molto valido anche solo fino a un momento prima: al contrario, mantenere lo stesso rapporto maturato con un figlio dall’infanzia può portare incomprensioni e continue ed esasperate richieste e provocazioni da parte del ragazzino prima e dell’adolescente poi, con il rischio di compromettere il dialogo tra le generazioni.

* non riusciamo a farci ascoltare

* come dobbiamo comportarci?

 In linea generale non esiste un’unica risposta a questa domanda, parlare è sempre un’occasione di scambio, per imparare l’uno dall’altro. Ed è nell’interazione che nasce il piacere di questo scambio. Assillati da troppi esperti e troppe paure a volte i genitori possono perdere la consapevolezza che a parlare con i bambini si impara dialogando con loro, osservando cosa succede tra adulti e bambini, cosa provocano le parole e i comportamenti, quali sono le reali richieste nascoste dietro a domande apparentemente insignificanti…..

Alla base di ogni comunicazione umana, sia essa tra adulti o tra adulti e bambini, ci sono modalità che si ripetono e che, se conosciute, aiutano a interpretare e rendere la comunicazione meno difficoltosa.

Non si può non comunicare: provate a pensare a un momento o a una situazione in cui non state comunicando…. il silenzio? Spesso il silenzio appare non comunicazione perché incomprensibile o apparentemente privo di senso, ma se si prova ad allargare la lente di ingrandimento con la quale si osservano i comportamenti, ci si accorge che quel silenzio ha un prima che da senso all’intero discorso: cosa è stato detto prima? Con che modalità? A volte il silenzio di un bambino è legato al fatto che non sa come rispondere, non capisce cosa ci si aspetti da lui e reagisce con una modalità incomprensibile per l’adulto: il silenzio stesso.

Dietro ad ogni affermazione si trovano due tipi di informazioni, l’una relativa al contenuto stretto, l’altra legata al contesto della conversazione.

Quando due genitori dicono: “non riusciamo a capire nostro figlio” stanno dicendo in realtà che quello che vedono succedere nella conversazione tra loro e il bambino/ragazzo sembra incomprensibile o privo di senso. Ciò che risulta incomprensibile è la risposta dell’altro e non l’intera conversazione. In realtà il senso del discorso sta proprio in ciò che viene detto prima, come è stato detto, quali spazi sono stati lasciati all’altro per decidere la risposta. E soprattutto cosa prova l’altro in quel momento? Cosa pensa?

 Inoltre, quanti significati si associano al nostro messaggio? Oltre a quelli prettamente legati al contenuto…

“Lascia stare lo faccio io. Tu fai guai” non esprime solo un imperativo legato all’azione, ma può essere associato a più significati nascosti, giudizi, aspettative, richieste. I bambini molto presto imparano a riconoscere i significati che stanno dietro alle affermazioni degli adulti, attraverso gli sguardi, l’intonazione, i gesti, gli atteggiamenti. “La mamma è arrabbiata” può essere un significato non esplicito. Ma non basta che il bambino sappia riconoscere tali significati, egli deve sentirsi autorizzato a capire e interpretare tali significati, a esprimere i suoi dubbi e a verificare l’esattezza o meno di quello che ha creduto di capire. Quando questa possibilità di espressione sulle proprie interpretazioni della realtà non è vissuta dal bambino come possibile e accettabile dall’adulto, ogni gesto, ogni tono del genitore possono apparire ai suoi occhi come paurosi e temibili. A ciò possono seguire reazioni “incomprensibili”, il bambino diventa “troppo sospettoso”, “insistente” oppure al contrario “apatico, silenzioso…”

Fondamentalmente la relazione adulto-bambino è basata su una gerarchia in cui il bambino non ha sufficiente potere decisionale per imporre le proprie ragioni, esigere di essere ascoltato…. E tanto più questo è vero tanto più possono essere numerosi i significati nascosti della sua conversazione, ovvero quegli aspetti che lo rendono agli occhi dell’adulto, incomprensibile. La famiglia è un sistema con una sua storia formatasi nel tempo, fatta di messaggi più o meno espliciti, di regole, di alleanze, aspettative, richieste….di cui il bambino può ancora non sapere nulla. Quanto la comunicazione dell’adulto è chiara e lineare? Quanto il bambino è autorizzato a chiedere laddove non capisce?

Porsi questo tipo di domande significa “guardare” i figli e “guardare” le modalità di comunicazione dell’intera famiglia.

Laddove difficoltà di relazione e/o comunicazione tra genitori e figli siano diventate, in particolari momenti, così radicate da portare a una sofferenza dell’intera famiglia o a una situazione di stallo nello sviluppo evolutivo dei figli, la psicoterapia familiare può portare tutti i membri a riflettere e interrogarsi su tali modalità di comunicazione, rivisitando la storia della famiglia stessa nel passaggio dalle generazioni precedenti e, in generale, aprendo a nuove interpretazioni e nuove modalità di vita, più funzionali e soddisfacenti per tutti.


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