Le emozioni… origine della vita

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Foto di Amalia Grosso

di Sonia Grammatica, Psicologo Psicoterapeuta Analista Transazionale

   Avete mai sentito una frase che dice più o meno così: “le emozioni sono il sale della vita”. Un luogo comune? Forse no, o forse in fondo un po’ di verità c’è. Se ci soffermiamo a pensare per un momento alla VITA usiamo il pensiero, una capacità cognitiva, ma allo stesso tempo riportiamo alla mente le emozioni legate a quegli stessi eventi, le proviamo sulla pelle. Emozioni, sentimenti, passioni, turbamenti… è quello che proviamo che dà senso alla vita, che ci orienta e che ci spinge ad agire… oppure no. La mente e il corpo sono guidati dalle emozioni; pensate a quando si sceglie di concepire un bambino: lo si desidera, lo si immagina, l’amore spinge ad avere intimità con il partner, si prova piacere; poi l’entusiasmo della conferma con il primo test, la prima ecografia, la scoperta del sesso, sapere se il bambino è sano oppure no. Poi le doglie, i dolori, pensate a tutte le emozioni durante il parto e poi la nascita! Pensate a come gli esseri umani, per un così lungo tempo, sono in grado di provare, per uno stesso evento, una gran quantità di emozioni così diverse tra loro, a volte addirittura in contrasto; come la paura di non essere all’altezza, lo stress per i nuovi adattamenti e così via.

   Le emozioni dunque sono la vita stessa, pensate solo se non le provassimo: saremmo simili a delle macchine! Mentre ciò che proviamo è del tutto involontario, pensate all’amore o alla paura.

   La teoria ci dice che le emozioni sono impulsi ad agire, una sorta di programmi di azioni forniti dall’evoluzione che ci consentono di adattarsi all’ambiente e di gestire al meglio le situazioni, soprattutto quelle di emergenza: immaginate di incontrare un leone sulla vostra strada!!! Questa è la prima funzione delle emozioni.
Del resto la radice della parola emozione è nel verbo latino e(x)-movere, ‘movimento da’, ‘rimuovere’, ‘scacciare’, proprio ad indicare la tendenza ad agire.
Scrittori latini come Livio e Virgilio usano questo termine col significato di ‘scacciare’ una pestilenza o ‘allontanare’ le preoccupazioni: quasi precursori del processo psicoterapeutico che, dalla consapevolezza del sentire, conduce alla rimozione dei nodi dolorosi depositati nella mente (Berengan, 1993). Provare emozioni è dunque una grande ed antica terapia.

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  Le emozioni sono anche dolorose e possono far soffrire, ma è una sofferenza che induce alla conoscenza, come nella catarsi (nel senso socratico del termine, per cui attraverso il dialogo e dunque la conoscenza, si giunge alla liberazione delle emozioni e alla comprensione di eventi traumatici che segnano il corso dell’esistenza). Se esiste il piacere che scaturisce dalla soddisfazione di un bisogno, come mangiare o fare l’amore, esiste anche un piacere liberatorio che nasce dalle lacrime che scendono dai nostri occhi senza che nulla possa trattenerle. I Greci conoscevano bene questa esigenza dell’uomo di soffrire; Platone nella Repubblica sostiene che nella nostra anima c’è una parte che ha sempre sete di pianto, ed aggiunge che tra i compiti dei poeti c’è anche quello di dare all’uomo la possibilità di soddisfare questo antico desiderio. E in un certo senso è questo che avviene quando si provano e si condividono le emozioni: una sorta di liberazione. Così come le lacrime che purificano, anche l’uso delle parole che poducono un effetto catartico e liberatorio quando si esprimono le emozioni e i propri stati d’animo. Parlare di ciò che si prova induce all’intimità con l’altro, significa presenza e partecipazione, comunione intima, compassione, nel senso di capacità di ‘sentire insieme’ all’altro. Questo potere liberatorio è dato non solo dalla capacità di provare emozioni, ma anche dalla capacità che la persona ha di comunicarle e condividerle con l’altro. Un’altra funzione delle emozioni è appunto quella di rafforzare i legami con le persone che fanno parte della nostra vita.

   Sto parlando dunque, di una delle abilità fondamentali dell’uomo, la competenza emotiva.

   Ma vediamo di capire meglio cosa è l’emozione. La psicologia ci dice che l’emozione rappresenta un meccanismo adattivo e motivazionale, cioè è tutto ciò di cui la natura ci ha dotato e che è disponibile all’individuo per affrontare l’ambiente. Però non è poi così semplice; cosa succede alla persona quando prova una emozione? Quali parti di sé sono attive? Si tratta di un qualcosa di assolutamente fisico o solo della mente? Oppure di entrambi? In realtà le emozioni sono qualcosa di più complesso. Diversi Autori sono concordi nel considerare l’emozione come un costrutto psicologico complesso, determinato da diverse componenti fra loro interdipendenti:

  •   una componente fisiologica di attivazione (arousal);
  •   una componente cognitiva, finalizzata alla valutazione della situazione che funge da stimolo (cosa penso di fare in quella stuazione?);
  •   una componente espressivo-motoria in quanto le emozioni creano la predisposizione fisiologica ad agire;
  •   una componente motivazionale (piani e scopi);
  •   una componente soggettiva consistente nel vissuto sperimentato dall’individuo (consapevolezza).

  Ciò significa che il processo emotivo comprende e riguarda la persona intera, soggettivo e oggettivo, cognizione e motivazione, mente e corpo, sé e altro. Reazioni alla percezione di noi stessi e del mondo complesse, integrative, fondate sull’organismo. Ed è proprio a partire dalle nostre reazioni emotive che siamo in grado di stabilire cosa è importante per noi, come prendiamo consapevolezza del mondo intorno a noi e come lo stiamo affrontando (Greenberg, 1993).

   Le principali funzioni delle emozioni sono tre: attentiva, cioé la valutazione di ciò che è rilevante dell’ambiente o degli eventi in relazione ai bisogni, ai piani, alle preferenze dell’individuo, che si trova in situazioni specifiche (un leone può essere per una persona una esperienza emotiva molto paurosa, per un’altra assolutamente n0); motivazionale, riguarda la preparazione psicologica e fisiologica dell’organismo per affrontare adeguatamente gli eventi in relazione agli obiettivi (ovvero mi avvicino o mi allontano a quello stimolo se esso cattura la mia attenzione oppure no); comunicativa e relazionale, da parte dell’individuo, nei confronti dell’ambiente circostante, del proprio stato interiore, delle proprie intenzioni e delle proprie reazioni (tale funzione regola le interazioni tra persone).

   L’emozione, che induce ad un comportamento adattivo, spesso non lo è, anzi a volte la persona si ‘blocca’, è incapace di dare un nome a quello che prova. Spesso dunque l’emozione prende vie diverse; è trattenuta, non nominata, negata, nascosta, le viene anche cambiato nome in funzione di un processo quanto meno straordinario che porta la persona a provare un sentimento al posto di un altro (o almeno a crederci!). Le emozioni non hanno vita facile; a volte ci si rende anche conto dell’inadeguatezza del linguaggio cosiddetto parlato, ad esprimere le diverse componenti dell’esperienza emozionale (ad eccezione di un particolare tipo di linguaggio che è quello poetico o artistico).

   Attualmente si parla di emozione in termini di abilità o competenza. Salovey e Mayer (1990) si riferiscono all’intelligenza emotiva intendendo un insieme di abilità che contribuiscono alla valutazione delle emozioni in se stessi e negli altri e l’uso di sentimenti allo scopo di motivare, pianificare e raggiungere risultati nella vita. Secondo Salovey e Mayer tali abilità influenzano e favoriscono l’espressione di tutte le altre, per cui la persona che le possiede si adatterà facilmente e sarà orientata alla sanità mentale. Goleman (1996) sostiene che l’intelligenza emotiva comprende competenze fondamentali per affrontare la vita con successo: autocontrollo, entusiasmo, perseveranza e capacità di automotivarsi.

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   Questo vuol dire che la capacità di pensare e di comunicare dipende dal sentire e dal capire/comprendere anche ciò che accade dentro di noi; riuscire a tradurre in parole ciò che sentiamo su un piano emotivo significa appropriarsi dell’emozione. In altre parole, avere il potere di agire cognitivamente sull’emozione e, di conseguenza, poterla gestire e dirigere, anziché esserne gestiti e in balìa. Accade infatti che se si vive un trauma è tanto più difficile superarlo quanto più non si è in grado di integrare quella esperienza nella propria vita, ossia di darle un senso, una giustifcazione, in altre parole di accettarlo e andare avanti.

   Gli Autori hanno individuato abilità della competenza emotiva che si possono apprendere, ciò è molto interessante perché le diverse abilità che si sviluppano possono essere incrementate per mezzo di un adeguato addestramento emozionale. L’emozione è un segnale, un modo di comunicare che possiamo imparare a conoscere e modulare.

Questo è un argomento che affronteremo nella seconda parte.

 

Bibliografia

Cavallero G. C. (1988). ‘Competenza emozionale e Scuola.’ Convegno Nazionale di Analisi Transazionale SIAT, Torino 23-25 aprile 1988. Roma: SIAT.

Berengan G. (1993). Favolose Parole. Mille e una voce in uso nell’arte, nei media, nello spettacolo. Roma: Edizioni Associate.

Frijda, N. H. (1986). Tr. it.: Emozioni, Bologna: Il Mulino, 1990.

Goleman D. (1996). Tr. it. Intelligenza emotiva. Milano: Rizzoli.

Greenberg, L. S., Rice, L. N., Elliot, R. (1993). Tr. it. I processi del cambiamento emozionale. Roma: LAS, 2000.

Mayer, J.D., Salovey, P., & Caruso, D.R. (1990). ‘Competing models of emotional intelligence’. In R. J. Sternberg (Ed.), Handbook of human intelligence (pp. 396-420). New York: Cambridge.

Steiner C. (1996). Transactional Analysis and Emotional Literacy. TAJ, 26, 1, 31-39.


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